Patatrac, lo street food ha un’anima hippy

Patatrac è una roulotte color fucsia a pois beige del 1976. Inconfondibile nel suo stile hippy, sforna primi piatti della tradizione romagnola rivisitati, hot dog artigianali e altre golosità frutto delle sperimentazioni dei due proprietari: Giada, 37 anni, e Simone, 35. Li abbiamo incontrati per conoscere la loro storia e la genesi di un truck così originale.

Patatrac

Quando è nato il mezzo e perché la scelta di allestirlo con uno stile tanto sgargiante?

“Patatrac nasce all’inizio di quest’anno – risponde Giada – dal desiderio di raddoppiare l’investimento su un’attività, quella dello street food itinerante, che ci sta dando grandissime soddisfazioni. Siamo partiti nel 2014 con Agriturismo Viaggiante, un mezzo che nella forma voleva richiamare l’impresa che mi stavo lasciando alle spalle, un agriturismo a Lugo, in provincia di Ravenna, e quello che doveva essere una piccola attività destinata a feste e sagre di paese, nata per dare sfogo al nostro carattere “irrequieto”, è diventato un investimento dai risultati inattesi, che vogliamo far crescere ulteriormente. Lo scorso inverno, periodo di riposo per chi svolge questo tipo di attività, abbiamo trovato questa bellissima roulotte e abbiamo deciso di farne il nostro secondo mezzo, adattandola a food truck ma conservandone lo stile autentico: carta da parati, interno laccato e mensole dalle forme tondeggianti richiamano il gusto degli anni Settanta”.

Come è avvenuto l’allestimento? Quanto tempo ha richiesto?

“Ci sono voluti tre mesi di lavoro. Naturalmente ci siamo rivolti a un’azienda specializzata ma, a differenza di quanto fatto per Agriturismo Viaggiante, di cui abbiamo realizzato solamente il disegno, affidandoci completamente alla ditta, per Patatrac abbiamo svolto gran parte del lavoro in casa”

L’originalità dei vostri mezzi rispecchia la creatività della vostra offerta gastronomica. Che tipo di cucina proponete con i vostri mezzi e come si è evoluta la nel tempo?

“Quando siamo partiti, con Agriturismo Viaggiante, abbiamo optato per una cucina tradizionale, in linea con il concetto di agriturismo: primi piatti fatti in casa, come Cappelletti con salsa al Parmigiano Reggiano o Garganelli al ragù romagnolo. Ben presto, però, ci siamo resi conto che gli appassionati di cibo di strada sono sempre alla ricerca di novità e così abbiamo rivisitato alcuni di questi piatti in chiave “street food” e, al tempo stesso, abbiamo introdotto alcuni piatti tipici del fast food da strada, proponendoli però in una versione sana e di qualità. Abbiamo continuato a proporre i Cappelletti, ma fritti, e abbiamo introdotto degli hot dog, ma realizzati con pane di farina di canapa e wurstel del Sud Tirolo senza lattosio né glutine e con il 95% di carne”.

Oggi tra i vostri piatti più conosciuti c’è il Twister Dog. Di cosa si tratta?

“È un piatto che ho scoperto durante un viaggio in Corea: un wurstel servito in uno spiedino da circa 30 cm, avvolto in una patata fritta, che gli viene arrotolata intorno. Uno dei piatti più amati dei nostri clienti”.

A cosa è dovuta questa continua voglia di sperimentare? E quali sono le ultime novità del vostro menu?

“Può sembrare un paradosso ma i clienti dei food truck sono clienti affezionati: persone che seguono il mezzo nei vari festival o ritornano allo stesso evento l’anno successivo per ritrovare lo stesso truck. Pensiamo che questi clienti debbano trovare ogni volta una novità e poter assaggiare, oltre al piatto che li ha fatti “innamorare”, anche nuove proposte. Per questo cerchiamo di inventarci sempre qualcosa di nuovo. Per esempio, quest’anno abbiamo introdotto due dolci: biscotti a base di canapa con farina di farro e noci e una torta, sempre di canapa, al cioccolato. Novità di questo autunno è, invece, un nuovo hot dog con all’interno un uovo all’occhio di bue e salsa barbecue”.

Una sperimentazione continua che coinvolge ogni aspetto della vostra attività. Dobbiamo aspettarci nuovi mezzi dopo Patatrac?

Naturalmente sì. Abbiamo già una nuova roulotte che ci aspetta ma è ancora troppo presto per parlarne…”

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